Confederazione Italiana di Base Unicobas
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Roma, 25.3.2005

Egregio Direttore, ci rivolgiamo a lei chiedendo la pubblicazione della presente ai sensi della legge sulla stampa.

Leggiamo infatti sul suo giornale, supplemento "Plus" del 19 Marzo u.s., che l'Unicobas farebbe "disinformacija" rispetto al fondo chiuso "Espero" per le pensioni integrative della scuola, nell'ambito di una guerra fra sindacati "sulle tasche dei lavoratori". L'amabile ed arguto commento compare in un articolo a firma Pietro Balducci, basato pedissequamente e pur con dovizia di "aggiunte" in proprio - sulle tesi di CGIL, CISL e UIL che imputano all'Unicobas il reato di "lesa maestà" per aver osato esprimere dubbi sul fondo Espero, da loro gestito consociativamente con il Ministero dell'Istruzione. Le critiche non ci spaventano. Non possiamo invece esimerci dal chiarire la nostra posizione riempiendo il vuoto di "contraddittorio" che il Balducci ha aperto affatto peritandosi a tempo debito di farci minimamente partecipi.

Ci imputano di aver detto che "manca la copertura del fondo e che è operativo il principio del silenzio assenso". Orbene, la copertura non è rintracciabile in alcuna legge finanziaria, mentre è certo come la legge Maroni n.° 243 del 23 Agosto scorso introduca, per tutti i lavoratori dipendenti, la necessità di esprimere - bontà sua - il diritto di opzione entro 6 mesi dalla promulgazione del previsto decreto attuativo. E' vero (e peraltro preoccupante) che del decreto non vi sia ancor traccia, ma ciò non toglie che la normativa sia stata già modificata rispetto a quanto previsto in precedenza. D'altronde nessuno ha mai detto che il silenzio assenso sia già operativo: abbiamo semplicemente avvertito che ci si deve tener pronti ad inviare all'INPDAP una dichiarazione di non adesione nel caso si opti per rifiutare i "servizi" del fondo. Abbiamo fatto di più: gli Enti preposti si sono già visti recapitare migliaia di lettere che preannunciano le non adesioni (che poi verranno reiterate).

Per la verità le OOSS "maggiormente rappresentative assai" si sono adombrate anche per alcune altre elementari verità da noi evidenziate e che non si citano nell'articolo in questione. Abbiamo infatti reso noto a platee attonite che Espero, seppur gestito anche da dei sindacati, si affida totalmente alle leggi di mercato, non garantendo neanche quell'1,5% più lo 0.75% del tasso ISTAT attualmente calcolato annualmente su quanto viene accantonato per la liquidazione, a quote della quale si perde progressivamente diritto aderendo al fondo. Tanto che il fondo "Cometa" dei "mitici" metalmeccanici ha perso complessivamente l'otto per cento rispetto alla rivalutazione precedente, e non è l'unico. Abbiamo ricordato come i forestali canadesi abbiano visto investiti i risparmi del proprio fondo pensioni integrative in azioni Parmalat. Abbiamo segnalato che i gestori di Espero non vengono neanche eletti a suffragio universale, come invece accadeva per ogni consiglio di amministrazione del vecchio pubblico impiego. Sono bensì nominati discrezionalmente da una cerchia ristretta di Organizzazioni Sindacali: quelle che hanno sinora firmato contratti nazionali di lavoro a dir poco discutibili per quanto attiene all'accettazione degli stessi dal mondo dei "rappresentati". Eppure la "vera" notizia è già contenuta nell'articolo, ma come se fosse indice di gradimento: sono stati solo mille su di un milione quelli che nella scuola hanno aderito ad Espero a circa un anno dalla sua fondazione. Questa cifra parla da sola!

Altro che "toccasana". Il fondo è istituito sul terreno della logica privatistica, ma non fornisce neppure le (basse) garanzie di rendita base annua (2%) che alcune compagnie riservano ai propri clienti! Con la differenza che tutto ciò è stato concordato già nel 2001 con presunti rappresentanti dei lavoratori. Così sono tutti contenti: lo stato che non s'impegna neanche per un euro ed i sindacati che amministrano. Un po' meno i pubblici dipendenti, "titolari" dei soldi amministrati. Il rischio è solo loro eppure sono gli unici a non avere alcuna voce in capitolo.

Ci diano un fondo trasparente, sicuro e con precise garanzie e diremo cose diverse. In assenza di ciò, continuiamo il nostro lavoro, come sempre dalla parte dei lavoratori e delle loro tasche, nella cui gestione tradizionalmente non siamo mai entrati.

(Stefano d'Errico, segretario generale della CIB Unicobas)