GLI EFFETTI
DEVASTANTI DEL PACCHETTO SICUREZZA
NELL’ISTRUZIONE
(APPELLO PER LA SCUOLA)
E’ trascorso poco
più di un anno da quando i risultati delle ultime elezioni politiche hanno
determinato un ulteriore peggioramento degli scenari istituzionali del Paese.
Gli effetti catastrofici della vittoria della destra si stanno concretizzando
attraverso una serie di iniziative e leggi che
progressivamente restringono gli spazi di agibilità politica, limitano
le libertà individuali e collettive (caso Englaro, accordi e norme
antisciopero, “Pacchetto Sicurezza”), fanno pagare la crisi ai lavoratori e ai
pensionati (rinnovi contrattuali-bidone, ennesimo attacco alla previdenza
pubblica, “soluzione finale” per i precari), apportano barbari tagli al Welfare
State (Scuola, Sanità) e difendono a spada tratta gli interessi del peggiore
padronato, allentano al massimo la stretta su evasori “standard” e mafiosi,
premiano i colossi finanziari responsabili del crak, ammiccano a
Confindustria.
Particolarmente preoccupante risulta il clima sociale e culturale che sta maturando in questi ultimi tempi, risultato di una serie di norme già codificate e proposte di legge sempre più pesanti, ingiuste, disumane, tendenti a rendere impossibile l’esistenza agli immigrati.
Dall’istruzione-ghetto (cosiddette “classi-ponte”) al
vaticinio di vagoni separati sui mezzi pubblici; dalla crociata anti-kebab
a quella contro i phone center e le moschee, fino alla verifica
sanitaria delle abitazioni, la tassa e l’esame di italiano per la carta di
soggiorno. Dietro alle “norme per la sicurezza”, in realtà avanza un
complessivo imbarbarimento della vita sociale, si alimentano sempre più i
disvalori e l’egoismo, l’intolleranza, la paura del “diverso”, si pongono le
condizioni per maggiori divisioni e disuguaglianze, odi e scontri
inter-religiosi ed interetnici.
La
ventata reazionaria ha coinvolto, loro malgrado, anche le istituzioni
scolastiche.
Dapprima,
come già accennato, con la mozione del leghista Cota a favore dell’istituzione
di classi separate per gli alunni stranieri che non parlano l’italiano, poi con
la proposta del ministro Gelmini di determinare una quota massima per la
presenza di alunni stranieri nelle classi, infine, con la vexata quaestio
dei presidi-spia.
Le vicende che nel giugno scorso hanno visto come
protagoniste due dirigenti scolastiche più “realiste” del re (prima della
stessa approvazione del “pacchetto sicurezza”). La prima a Genova (dove è stato
scritto sulle lavagne l'elenco degli alunni di origine straniera che nel corso
dell'anno avrebbero raggiunto i 18 anni di età e non risultavano in regola con
il permesso di soggiorno), e la seconda a Padova (dove
è giunta agli alunni immigrati la richiesta di presentare da un giorno
all'altro il permesso di soggiorno medesimo). Una “cartina di tornasole” che,
oltre ad essere il frutto avvelenato del disegno di legge in materia – il
quale, introducendo il reato di immigrazione clandestina, impone la spada di
Damocle della denuncia in qualsiasi momento – sono la prova che l’incitazione
all’odio, alla discriminazione (ed alla delazione) razziale, simile ad un fiume
carsico si muove nell’humus razzista, un tempo latente, che si va
affermando nel nostro paese e riemerge all’improvviso in "forme
spontanee", in comportamenti palesi che sfruttano l’ignoranza diffusa o
che sono frutto dell’insensibilità di massa (in particolare dei neo-ricchi),
nonché le smanie di protagonismo e la voglia di far carriera di eventuali
“zelanti” pubblici ufficiali.
Si tratta di veri e propri provvedimenti xenofobi che
compromettono il diritto allo studio dei giovani migranti: come se questi
inficiassero la sicurezza dei cittadini italiani per il solo fatto di esistere.
Iniziative, d’altro canto, senza alcun plausibile
retroterra giuridico, dal momento che su questo tema – oltretutto – la
normativa internazionale di riferimento è di segno ben differente, dalla
Convenzione internazionale dei diritti del fanciullo, sino alla Costituzione
italiana (Art. 34 “La scuola è aperta a
tutti”).
D’altro canto, i casi che al loro manifestarsi hanno
richiamato elementi di resistenza nella coscienza della società civile o
riaperto un ciclo virtuoso, come quello del preside del liceo socio
psicopedagogico “De Sanctis” di Cagliari che su un cartello posto all’ingresso
ha fatto scrivere: “Questa scuola accoglie sardi, italiani, comunitari,
extracomunitari e clandestini, bianchi, olivastri, neri, gialli e rossi, di
qualsiasi fede religiosa”, sono lì a segnalarci anche (e purtroppo) quanto
affermazioni del genere non siano poi così ovvie e condivise.
L’intolleranza,
il vero e proprio razzismo, che in Italia per anni sono rimasti sotterranei,
trovano adesso legittimità e proprio in un periodo di profonda incertezza le
paure vengono amplificate. Cresce così la voglia di segregare, espellere,
difendersi dall’altro con ogni mezzo, con ogni forma (da quella legalizzata del
“respingimento”, al “fai da te” del branco, spicciola e bestiale).
Meraviglia
che proprio l'Italia (a lungo terra d’emigranti) non riesca a trovare nella
propria storia e memoria gli anticorpi per far fronte in maniera seria e civile
al razzismo. Infine, cosa ancora più grave, situazioni di discriminazione e
xenofobia cominciano a verificarsi anche nel mondo dell’istruzione (da tempo il
più refrattario in assoluto).
La scuola è troppo importante per consentire una tale deriva. Insegnanti ed operatori scolastici (anche solo per evidenti motivi professionali, deontologici ed etici) non possono accettare la politica dell’apartheid e devono combattere e denunciare qualunque istigazione alla delazione.
Oggi più che mai occorre impegnarsi in prima persona affinché il mondo
dell’istruzione divenga realmente il luogo fondamentale del dialogo, della
comprensione e della collaborazione: il laboratorio per la crescita e la
formazione di personalità libere e consapevoli, protagoniste autonome di una
cultura rispettosa delle differenze e promotrice in primis di
solidarietà ed accoglienza.
Per questi motivi invitiamo tutti coloro che hanno a cuore le sorti della scuola pubblica, che vogliono impegnarsi, confrontarsi, discutere, a sviluppare un confronto ampio e approfondito con il chiaro obiettivo di giungere ad indicazioni e sintesi comuni di attività solidale e antirazzista, ed a partecipare alla manifestazione nazionale che si terrà il 17 ottobre nel settore del Coordinamento Nazionale STOP RAZZISMO.